Non aver paura!

dal libro omonimo di C. Huber-Oscar Mondadori

 

L’inarrestabile ricerca della felicità è una definizione della sofferenza. La risoluta fuga dal dolore un’altra.

Conoscevo una donna convinta che la sua felicità consistesse nello sposare un uomo ricco. Niente le interessava eccetto gli uomini ricchi e il suo mondo divenne piccolo ed estremamente infelice. Il nostro mondo si restringe quando siamo paralizzati dalla paura di fare degli errori, di fare qualcosa di sbagliato. Ma se semplicemente facciamo un passo e vediamo che cosa succede, il nostro mondo si apre un pochino. Allora, possiamo fare un altro passo. Ogni passo amplia la nostra visuale; ogni cosa che facciamo ci rivela qualcosa. Come dicono gli antichi Maestri Zen: quando ci impegniamo a prestare attenzione, ogni cosa ci illumina.

Un’amica mi diceva spesso: “Ho paura di non trovare un lavoro”. “Ho paura di restare sola”. “Ho paura di restare senza soldi”. E la lista si allungava e si allungava. Cercavo di aiutarla ad avvicinarsi a ogni paura, finché non ho capito che stavamo tentando di entrare in contatto con problemi che non esistevano. Il ritornello era “ho paura”, e poteva essere seguito da un’infinita serie di difficoltà puramente immaginarie.

Solo quando ci concentriamo sul PROCESSO anziché sul CONTENUTO cominciammo a rivolgerci a quello che realmente stava succedendo.

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Proverbio indiano (Carlo Maria Martini)

Un proverbio indiano parla di quattro stadi nella vita dell’uomo.

Il primo è quello nel quale si impara.

Il secondo è quello nel quale si insegna e si servono gli altri, mettendo a punto ciò che si è imparato.

Nel terzo stadio si va nel bosco, e questo è molto profondo, significa che il terzo stadio è quello del silenzio, della riflessione, del ripensamento.

Credo che quando si aprirà per me questo terzo stadio, che è ormai imminente, ritirandomi nel bosco potrò ripensare e riordinare con gratitudine tutte le cose che ho ricevuto, le persone che ho incontrato, gli stimoli che mi sono stati dati in questi ventidue anni e che non hanno avuto l’opportunità di essere elaborati.

E poi c’è il quarto tempo, che è molto significativo per la mistica e l’ascesi indù:

si impara a mendicare; è il tempo in cui si impara la mendicità.

L’andare a mendicare è il sommo della vita ascetica.

E’ lo stadio del dipendere da altri, quello che non vorremmo mai, ma che viene, al quale dobbiamo prepararci

 

Carlo Maria Martini, Fondazione Ambrosianeum, 17 Maggio 2002

Poesie e prose

Secondo Frank Ostaseski a cui ci ispiriamo per i corsi di formazione e l’impostazione del servizio di accompagnamento:

“ La compassione si manifesta quando ci permettiamo di essere sensibili, vulnerabili; essa allora fornisce il sostegno per stare con la sofferenza, non per allontanarla, rimane col dolore , è disponibile a sentire qualsiasi cosa sia presente fino a che una verità più profonda si rivela”

Ed anche a Sogyal Rinpoche da cui sono nati vari programmi di accompagnamento ai morenti

“Non potete aiutare i morenti finché non vi siete resi conto che la loro paura vi turba e porta a galla i vostri timori più angoscianti. Lavorare con loro è come guardare nello specchio limpido e impietoso della nostra stessa realtà, dove si può veder riflessa la nuda faccia del nostro panico e del nostro terrore del dolore. Se volete imparare ad aiutare chi muore, dovete esaminare ogni vostra reazione. Guardare apertamente le vostre paure vi aiuterà inoltre nel cammino verso la maturità".

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"Abbandonarsi alla fiducia" (Alexandre Jollien)

brano da Alexandre Jollien, Il filosofo nudo. Piccolo trattato sulle passioni

 

"Penso a Nietzsche: «Ogni respingere e negare rivela una mancanza di fecondità. In fondo, se fossimo solo della buona terra, non potremmo lasciar perire nulla inutilizzato e dovremmo vedere in ogni cosa, avvenimento e uomo, gradito concime, pioggia o sole». [...]

La buona terra non nega l'impotenza e non banalizza la debolezza, ma le riceve per farne un terreno fertile. [...]
Denudarsi, svestirsi di sé, lasciar ogni affettazione e abbandonarsi alla fiducia. E lasciar cadere ogni cosa: ruoli, aspettative, timori e guai, per essere semplicemente presenti, aperti, per vivere nudi, senza armi, e donarsi come bambini. [...]
Moltiplicare i momenti di ritiro in se stessi, chiedersi a che punto si è giunti, vedere le emozioni, i sentimenti e le confusioni interiori non come momenti di controllo ma come occasioni di abbandono, di resa, di capitolazione. Si tratta poi di abbandonare lo stesso abbandono, senza irrigidirsi.

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