Poesie e prose

Secondo Frank Ostaseski a cui ci ispiriamo per i corsi di formazione e l’impostazione del servizio di accompagnamento:

“ La compassione si manifesta quando ci permettiamo di essere sensibili, vulnerabili; essa allora fornisce il sostegno per stare con la sofferenza, non per allontanarla, rimane col dolore , è disponibile a sentire qualsiasi cosa sia presente fino a che una verità più profonda si rivela”

Ed anche a Sogyal Rinpoche da cui sono nati vari programmi di accompagnamento ai morenti

“Non potete aiutare i morenti finché non vi siete resi conto che la loro paura vi turba e porta a galla i vostri timori più angoscianti. Lavorare con loro è come guardare nello specchio limpido e impietoso della nostra stessa realtà, dove si può veder riflessa la nuda faccia del nostro panico e del nostro terrore del dolore. Se volete imparare ad aiutare chi muore, dovete esaminare ogni vostra reazione. Guardare apertamente le vostre paure vi aiuterà inoltre nel cammino verso la maturità".

Anche Marie De Hennezel concorda che:

“Per stare accanto a chi sta morendo è importante essere in grado di sviluppare la nostra capacità di presenza, di accoglienza e di contatto. La prima condizione è aver fatto un buon lavoro su di sé, avendo cominciato a riflettere sulla nostra propria mortalità. Se questo lavoro non è stato fatto è molto difficile accompagnare un morente. La seconda condizione è essere consapevoli di ciò che ci tocca, ci commuove, ed essere disposti a condividere. La terza condizione è essere consapevoli delle nostre paure (del contagio emozionale, del rifiuto, della rabbia dell'altro, dell'erotizzazione dei gesti, o altro ancora) e dei nostri meccanismi di difesa. La quarta condizione è aver fiducia nel malato e nel processo che è in atto. Dobbiamo credere che il nostro corpo saprà morire, così come ha saputo nascere. Per fare questo lavoro è importante che noi siamo capaci di sviluppare la nostra capacità di presenza, di accoglienza e di contatto".

 


 

Questa stagione

Sì puoi dire che è questa
la giusta stagione, i gesti
gentili e le buone parole.
Puoi dire i fiori noti, il geranio,
la rosa canina e la ginestra,
i fiori sconosciuti, e certi fiori di campo
bellissimi che crescono tra i sassi.
Anche se quei fiori non li avevi mai visti,
anche se non ne sai il nome
puoi indicarli o chiamarli fiori appena visti
e senza nome. Nascono i fiori,
non puoi dire prima quando,
ma sei tu che hai coltivato
questa stagione. 

Michele Colafato


Dal libretto “Poesie” Passi con la fiducia per mano Introduzione

Fiducia, non come irragionevole aspettativa o pretesa di guarigione ma apertura di tutto l’essere ad una realtà che comprende anche ciò che sembra inaccettabile come la morte.
Fiducia , abbandonarsi al non sapere, e rinuncia all’attaccarsi con le unghie ed i denti all’idea del “ vivere che esclude”, all’idea della sofferenza, della malattia, della morte come mali da evitare, da allontanare da sé, dagli altri.
Fiducia come ciò che opera la trasformazione, guarigione interna di una mente cuore che finalmente riconosce la sua vastità, tanto da includere anche la morte, non più temuta come estremo sfaldamento dell’io. Abbracciata invece,come semplice parte di un vivere dalle molte forme, passo, cambiamento che non nega o annulla ma semplicemente esprime un altro modo.
Fiducia perché è il momento del “sì” totale quello del morire e fiducia nel sì totale alla vita fatto di apertura, consapevolezza, intelligenza intuitiva. Non controllo ma resa, che libera dagli stretti legami dell’”io voglio”, del “mi piace, non mi piace”, fiducia nel sì all’essere finalmente uno con quello che c’è senza che l’io escluda in funzione di opinioni, giudizi.
 La malattia, la morte, sono di tutti, senza via di scampo e alleggeriscono, tolgono pesi, quelli delle maschere, delle doverizzazioni
Fiducia, guarigione nella danza del vivere accompagnando nella realtà del dolore interiore e di quello fisico perché nulla, nel succedersi naturale di incontri e separazioni, ci brutalizzi nemmeno noi stessi.
 Poesie, perché?
Per l’aiuto a spogliarsi del superfluo, senza cercare significati ma aprendosi all’inaspettato che solo lo stare col mistero può svelare. La paura, l’accettazione, la gioia di attraversare tutto, la pace, l’arcobaleno che arriva, ogni tanto, inaspettatamente e il silenzio, la vita e la morte come una unica cosa, non sono qui temi “trattati” ma voce dello “stare con quello che c’è”
 I poeti scelti sono di diversa provenienza, per essere uno oltre le differenze culturali ,oltre le religioni, oltre la laicità.

(Il libretto è stato curato dall’ass. Dare Protezione Roma e pubblicato dall’Ass. Dare Protezione nel 2008)
 


 
Continuiamo la nostra iniziativa con poesie che inseriremo nel prossimo libretto in pubblicazione


L’eterno sogno

L’eterno sogno è portato
sulle ali della Luce senza tempo
che lacera il velo del dubbio
tessendo senza fine
le trame dell’Essere.
Rimane un mistero impenetrabile
Il senso di questo pellegrinaggio,
l’avventura eterna dell’esistenza
la cui traiettoria nel cielo
si avvolge negli innumerevoli anelli dei sentieri
sinché la conoscenza emerge dalle nebbie
nell’infinità dello spirito umano
e nella luce indistinta dell’alba.
E mira senza parole nel diradarsi delle nebbie
La visione della Vita e dell’Amore
Che emerge dallo sconvolgente tumultuare
Di gioie e di dolori.

R. Tagore 1929
 

L’anima deve sempre restare socchiusa

L’anima deve sempre restare socchiusa
perché se il Cielo viene a visitarla,
non debba aspettare, oppure andarsene,
temendo disturbarla.

Prima che ella abbia fatto scorrere
la spranga sulla porta
per accogliere l’ospite cortese
Che non rinnova Visite.

Emily Dickinson
 
 
Quanto sono felice 
Quanto sono felice 
se il treno della vita
fila veloce,
ogni scatola nel suo incavo
ogni bagliore nella sua luce.
Forse un giorno lontano 
si fermerà
ma ora la sua marcia 
è inarrestabile.
Come fosse un amore procedo insieme
al suo senso di eternità.
So già che un giorno
si arenerà su qualche binario
ma voglio credere
nella forza dissennata
di quell’ eurostar
diretto a capofitto
nell’esistere
nell’esserci
senza intoppi.
Dimentico così la morte 
nella vita che ogni giorno perdo
strofinando come Aladino
la lampada del domani.

Rachele

 


J. Krishnamurti, A se stesso. L’ultimo diario

Venerdì 30 marzo 1984

Scendevo a piedi lungo la strada in una bella mattina di primavera e il cielo era straordinariamente azzurro, non c’era una nuvola e il sole era tiepido, non scaldava troppo. Una bella sensazione. Le foglie rilucevano e uno scintillio era nell’aria. Era veramente una mattina straordinaria, stupenda. L’alta montagna era lì, impenetrabile, e le colline sottostanti erano verdi e amene. E mentre passeggiavi tranquillamente, senza tanti pensieri, vedesti una foglia morta, gialla e rossa, una foglia autunnale. Come era bella quella foglia morta, gialla e rossa, una foglia autunnale. Come era bella quella foglia, così semplice nella morte, così viva, piena della bellezza e della vitalità dell’intero albero e dell’estate! Strano che non fosse appassita. Guardandola più da vicino, vedevi tutte le venature, il picciolo e i contorni. Quella foglia era tutto l’albero.

Perché gli uomini muoiono così miseramente, infelicemente, per malattia, vecchiaia, con il corpo raggrinzito, deforme? Perché non possono  morire naturalmente, di una morte bella come quella della foglia? Cosa c’è che non va in noi? Nonostante tutti i dottori, le medicine, gli ospedali, gli interventi chirurgici e tutte le angosce della vita, e anche i piaceri, non sembriamo in grado di morire con dignità, semplicità, e con un sorriso.

Una volta, passeggiando lungo un viottolo, udisti alle tue spalle un canto, melodioso, ritmico, con l’antica forza del sanscrito. Ti fermasti e ti guardasti attorno. Un primogenito, nudo fino alla cintola, portava un vaso di terracotta con una fiamma che bruciava all’interno. Lo teneva in un altro recipiente e, dietro di lui, c’erano due uomini che trasportavano il padre morto, coperto con una stoffa bianca e tutti salmodiavano.

Sapevi cos’era quel canto, stavi quasi per unirti ad esso. Sapevi

cos’era quel canto, stavi quasi per unirti ad esso. Ti passarono avanti e li seguisti. Andavano lungo la strada cantando e il primogenito era in lacrime. Trasportarono il padre fino alla spiaggia, dove avevano già raccolto una grande catasta di legna e stesero il corpo in cima al cumulo di legna a cui diedero fuoco.   Era tutto così naturale, così straordinariamente semplice:   non c’erano fiori, non c’era  il carro funebre, non c’erano carrozze nere con cavalli neri.  Era tutto molto tranquillo e assolutamente dignitoso. E guardavi quella foglia e mille foglie dell’albero. L’inverno aveva separato la foglia dalla madre e l’aveva lasciata su quel sentiero e, di lì a poco, sarebbe appassita e si sarebbe seccata completamente, sarebbe morta, scomparsa, portata via dal vento.

Se insegni ai bambini la matematica, a leggere e a scrivere e tutte le altre cose che rientrano nell’istruzione, dovresti anche insegnare loro la grande dignità della morte, non come una cosa morbosa e triste a cui si deve far fronte fino alla fine, ma come qualcosa di quotidiano:la vita quotidiana del guardare il cielo azzurro e la cavalletta sulla foglia. Fa parte dell’apprendimento, mentre crescono i denti e ci sono tutti i disagi delle malattie infantili. I bambini hanno una curiosità straordinaria. Se capisci la natura della morte, non spieghi che tutto muore, polvere eri e polvere tornerai e così via, ma spieghi la morte senza paura e con delicatezza, fai sentire loro che vivere e morire sono una cosa sola: non spieghi che la morte giunge alla fine della vita, dopo cinquanta, sessanta o novanta anni ma che è come quella foglia. Guarda alcuni anziani, come appaiono decrepiti, persi, infelici e brutti. Sono forse così perché non hanno capito né la vita né la morte? Hanno usato la vita e continuano a sprecarla con incessanti conflitti che tengono in esercizio e danno forza solo al sé, al me, all’ego. Passiamo i nostri giorni in numerosi conflitti e infelicità, con qualche gioia e qualche piacere, beviamo, fumiamo, facciamo le ore piccole e lavoriamo, lavoriamo, lavoriamo. E alla fine della nostra vita ci troviamo di fronte a quella cosa chiamata morte e ne siamo terrorizzati. Pensiamo che essa possa sempre essere capita, sentita profondamente. Il bambino con la sua curiosità può essere aiutato a capire che la morte non è soltanto il deterioramento del corpo causato da una malattia, dall’età avanzata o da qualche incidente imprevisto e che la fine di ogni giorno è anche la fine di se stessi ogni giorno.

Tutto sulla terra, su questa splendida terra, vive, muore, nasce e appassisce. Comprendere l’intero movimento della vita richiede intelligenza, non l’intelligenza del pensiero, dei libri o della conoscenza, ma l’intelligenza dell’amore e della compassione con la sensibilità che le è propria. Si può stare certi che, se l’educatore capisce il significato e la dignità della morte, la straordinaria semplicità del morire – se  lo capisce non intellettualmente ma profondamente  -  può essere in grado di comunicare allo studente, al bambino, che la morte, la fine, non deve essere evitata, non è qualcosa di cui essere terrorizzati, perché fa parte dell’intera vita di un individuo. In questo modo, quando lo studente, il bambino cresce, non sarà mail terrorizzato dalla fine. Se tutti gli esseri umani che sono vissuti prima di noi, da generazioni e generazioni, vivessero ancora su questa terra, sarebbe una cosa terribile. L’inizio non è la fine.

E si vorrebbe aiutare – no, non è la parola giusta – nel campo dell’istruzione si vorrebbe presentare la morte come una delle tante realtà, non la realtà di un altro che muore, ma di ognuno di noi perché, vecchi o giovani, dobbiamo inevitabilmente affrontarla. Non è una triste esperienza di lacrime, solitudine e  separazione.

Mentre guardavi quella foglia morta, con tutta la sua bellezza e il colore, forse capivi molto profondamente, eri consapevole di ciò che deve essere la propria morte, non alla fine della vita ma fin dal suo stesso inizio. La morte non è qualcosa di orripilante, da evitare, da rimandare, ma piuttosto qualcosa con cui vivere ogni giorno. E da questo nasce uno straordinario senso di immensità.