Spiritualità e cultura

Pensiamo la spiritualità come esperienza della Vita nella sua pienezza, in piena unità di corpo, mente e cuore, come intima relazione con sé stessi e  con gli altri ,  terreno trasformativo e attuativo della piena potenzialità  dell’essere, esprimibile nel quotidiano attraverso tutte le dimensioni della persona.

Nella letteratura relativa alle Cure Palliative autori di rilevante importanza definiscono la spiritualità:

“Il culmine di una ricerca personale per scoprire  il significato ultimo, trascendente  e lo scopo della propria vita.  Ed il modo in cui questo viene espresso , nella connessione con il momento presente, con sé stessi, con gli altri, con la natura e con ciò che è significativo o sacro”.

( Bodek, Spirituality in End care 2010 ) 

e nel Consensus Report 2009 ne viene sottolineata l’ importanza (della spiritualità) nelle cure di fine vita:

“La spiritualità incide sulla qualità della vita sia per i malati cronici che per quelli in fase terminale in quanto ha un effetto positivo sia sul funzionamento fisiologico  che sul benessere psicologico, emozionale, mentale della persona.

La spiritualità è un bisogno dei pazienti, interviene nel processo decisionale inerente la scelta delle cure.

Le cure spirituali sono pertanto componenti fondamentali della qualità delle cure palliative  poiché  la dimensione spirituale riguarda la possibilità di apertura al mistero  e l’intuizione di ciò che di vasto esiste oltre ciò che i nostri concetti e preconcetti ci dicono.

Per affrontare con efficacia  il “dolore totale” nelle CP è necessario rivolgersi  anche al dolore spirituale della persona e valutare olisticamente la cura del paziente ed anche  gli effetti delle cure sanitarie che da tale prospettiva possono derivare dato che comprendere la spiritualità della persona  significa comprendere lui stesso, i suoi valori, significati  e modo di rapportarsi  alla malattia, alla morte e al lutto (perdita)”.

In che cosa consiste quindi l’assistenza spirituale? Secondo Frank Ostaseski, Saper accompagnare, 2007,47 sgg, “in  primo luogo e principalmente nel rendere testimonianza, vale a dire nel non voltare le spalle nei momenti più duri, restare presenti nel territorio del mistero e delle domande senza risposta. Significa aiutare la persona a trovare la propria verità, anche quando potremmo non condividerla. Esempi concreti potrebbero essere convocare un sacerdote perché amministri i sacramenti o poggiare uno scialle di preghiera sulle spalle di chi sta per lasciare la vita. In qualche caso si potrà pregare o meditare insieme, o magari aiutare il malato a scrivere una lettera di riconciliazione. Nella mia esperienza, l’assistenza  spirituale non comporta di solito discussioni filosofiche o pratiche esoteriche . Non è nemmeno un modo per fuggire da questa vita, quanto piuttosto un modo per guardarla a viso aperto. E’ un prendere coscienza delle opportunità presenti qui e ora e per offrire amore e compassione. Per essere d’aiuto in questo campo dobbiamo essere disposti a uscire dal recinto protetto delle nostre credenze e delle nostre difese psicologiche, rinunciando al nostro bisogno di controllo. Quando ci arrendiamo, si apre una porta, scopriamo, con chi ci sta lasciando, una dimensione spaziosa che trascende la nostra esistenza e al tempo stesso l’abbraccia Da qui scaturisce un riconoscimento più sentito del sacro nelle cose e nei gesti di ogni giorno.

Nell’offrire assistenza spirituale é importante ricordare che una guarigione è sempre possibile anche se la malattia è incurabile. E’ una distinzione da tenere presente: la guarigione come risanamento, dove per “sano” si intende letteralmente “completo” “integro”, “intero”, “non frammentato o danneggiato”.

 La guarigione dunque come riscoperta di una completezza originaria.

 

La connessione con la propria spiritualità aiuta i morenti  a concludere  ciò che vogliono sia   portato a termine così da raggiungere una “buona” morte