Prepararsi alla morte

Relazione del Ven. Lama Ghesce Ciampa Ghiatso al Convegno: Ciclo di Vita, dicembre 1998.

Non vi è nulla di più certo che la nostra morte. Tutti noi sicuramente moriremo ma non sappiamo quando. Il momento della nostra morte è del tutto imprevedibile. La morte non potrà, comunque, essere evitata. Non importa dove saremo, la morte ci raggiungerà e a quel punto non potremo fare molto per allungare la nostra vita.

 

IN QUEL MOMENTO SARA’ TROPPO TARDI PER PENSARE AI PREPARATIVI PER LA MORTE.

Sarà troppo tardi per iniziare ad applicarsi in una pratica spirituale che ci aiuti nel momento della morte. Abbiamo forse pensato tante volte oggi sono stanco e praticherò domani così facendo la morte arriva. Dobbiamo ora generare una forte determinazione a iniziare a prepararci per la morte applicandoci nel sentiero spirituale, praticando le pratiche spirituali che sviluppano le qualità interiori. Nel momento della morte solo la pratica spirituale ci sarà di vero aiuto. Non importa quanti parenti avremo o amici perché nessuno di loro potrà venire con noi. Così è per le nostre ricchezze materiali accumulate durante la vita, dovremo lasciare tutto. Abbiamo avuto un enorme cura del nostro corpo e anche questo andrà lasciato. L’unica cosa che ci porteremo dietro, che ci accompagnerà nel morire sono le qualità interiori che avremo sviluppato nella nostra mente. Per queste ragioni è necessario prepararsi per tempo alla morte.

 

LE CINQUE FORZE

Gli insegnamenti buddhisti per trasformare la propria mente parlano di cinque forze che dobbiamo applicare durante la nostra vita e di cinque forze che devono essere applicate al momento della morte.

Durante la vita

1. Il potere della determinazione. È una forte determinazione a “non permettere che nessun pensiero, emozione o afflizione mentale possa dominare le nostre azioni fisiche e verbali neppure per un istante”. Cominciamo determinandoci in questo per un giorno, quindi per una settimana, poi per un mese, per un anno fino a pensare “non permetterò che questo accada finché non otterrò l’illuminazione”. Possiamo parallelamente pensare: “Mi impegnerò a sviluppare compassione, amore e saggezza così da ottenere l’illuminazione per poter essere di beneficio a tutti gli esseri senzienti. Non mi separerò mai da questa intenzione durante tutto il giorno, questo mese, questo anno, fino all’illuminazione.”

2. Il potere del seme bianco. È l’impegnarsi nelle perfezioni quali la generosità, la moralità, la pazienza, la concentrazione, lo sforzo entusiastico e la saggezza che ci fanno generare, mantenere ed accrescere la nostra attitudine altruistica all’illuminazione portandoci alla responsabilità universale.

3. Il potere del rincrescimento. Capiti gli svantaggi dell’egoismo e dell’egocentrismo sviluppiamo il rincrescimento per il nostro atteggiamento passato e ci impegniamo ad abbandonare l’egoismo. Tale pensiero distorto nasce da una concezione erronea di come i fenomeni e sistono…. “Sarebbe meglio che io fossi bruciato, che mi tagliassero la testa, che fossi ucciso, piuttosto che mi inchini ai miei nemici” intendendo per nemici le distorsioni mentali.

4. Il potere della preghiera. Pregare che le nostre azioni positive, passate, presenti e future, di corpo parola e mente possano, possano condurci alla responsabilità universale e all’illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri. Shantideva dice: “Gli esseri infantili lavorano per i loro scopi personali, i Buddha operano per il beneficio degli altri.”

5. Il potere della famigliarità. Dobbiamo renderci famigliari con l’attitudine di beneficiare gli altri, farla sorgere dentro di noi come una forte volontà, un vero desiderio. La nostra mente piena di imperfezioni ha una grande qualità: può fare qualunque cosa le venga insegnata. Questi cinque poteri, coltivati e praticati durante la vita, fanno sì che le nostre qualità interiori si sviluppino e al momento della morte avremo una mente colorata da un’attitudine fiduciosa e gioiosa, perché sentiremo di aver vissuto una vita ricca di significato.

Al momento della morte

1. Il potere del seme bianco. Confessare, riconoscere e purificare qualunque azione negativa compiuta nel passato causa di sofferenza futura. Dobbiamo liberarci dalle nostre paure e pensare: “Va bene sto morendo, ma tutto è O.K.” Dobbiamo lasciare l’attaccamento per i nostri possedimenti, donarli agli esseri realizzati, ai santi, ai poveri. Dobbiamo eliminare l’attaccamento per il nostro corpo che nasce dalla visione errata del sé. Questa distorsione mentale è la radice di tutte le emozioni distruttive. A causa dell’attaccamento per il nostro corpo ci siamo coinvolti in molte attività negative per ottenere cibo, abiti, possedimenti di vario genere. Ci siamo impegnati nel realizzare i nostri obiettivi egoistici e così facendo continuiamo ad essere sopraffatti da un’infinità di sofferenze e a rinascere nel samsara, nel dolore delle rinascite inferiori. Shantideva diceva: “Chiunque è attaccato a questo corpo è spaventato anche per le minuzie. Chi non disprezzerebbe tale nemico, il corpo, che permette il sorgere di tanta paura? Volendo trovare sollievo per la fame, la sete e le malattie, abbiamo ucciso uccelli, pesci, cervi, abbiamo aspettato gli altri al margine delle strade per derubarli. Se addirittura per l’agio di questo corpo si arriva ad uccidere nostra madre e a rubare le offerte dei Tre Gioielli rinascendo negli inferni, quale uomo saggio darebbe protezione a questo corpo? Non lo disdegnerebbe e lo considererebbe, invece, un nemico?”

2. Il potere dell’intenzione. È il determinarsi nello sviluppare la propria mente altruistica verso l’illuminazione anche durante lo stadio intermedio verso la nuova rinascita.

3. Il potere del rincrescimento. Al momento della morte questo potere è riferito all’essere consapevoli degli svantaggi dei difetti mentali o delle emozioni perturbatrici. Dobbiamo essere pronti a difenderci dal comparire di tali menti distorte.

4. Il potere della preghiera. Preghiamo in modo intenso e sincero di non essere mai separati dalla mente altruistica che vuole ottenere l’illuminazione, di non essere sopraffatti dall’ignoranza del sé e, dalle emozioni distruttive.

5. Il potere della famigliarità. Assumiamo, al momento della morte, la posizione del leone: sdraiati sul fianco destro, la guancia destra si appoggia sulla mano destra, e il polpastrello dell’anulare della mano destra chiude la narice destra, mentre la mano sinistra è posata sulla gamba sinistra. Respiriamo solo attraverso la narice sinistra. In questa posizione dobbiamo compiere la nostra pratica di meditazione per trasferire la coscienza o powa, in una dimensione superiore.

I cinque poteri al momento della morte (riassunto)

1. Il potere del seme bianco:

Ghesce Ciampa Ghiatso:

confessare•  e purificare qualunque azione negativa compiuta;

liberarci•  dalla paura

lasciare•  l’attaccamento per le cose materiali donando i nostri possedimenti

lasciare•  l’attaccamento per il nostro corpo che ci ha fatto compiere innumerevoli azioni negative

Serkong Rinpoce:

donare•  tutti i possedimenti, se lo facciamo di persona i meriti accumulati sono maggiori

pensare•  al proprio corpo in aspetto trascendente e puro e lo si offre.

2. Il potere dell’intenzione:

Gheshe Ciampa Ghiatso

Il•  potere che deriva dal determinarsi a sviluppare la propria mente altruistica per raggiungere l’illuminazione anche durante lo stadio intermedio verso la nuova rinascita: Serkong Rinpoce

è•  l’aspirazione di rinascere in un posto dove si può fare il bene degli altri;

3. Il potere del rincrescimento/purificazione

Ghesche Campa Ghiatso

Il•  potere che deriva dall’essere consapevoli dei difetti mentali quali odio, attaccamento ed ignoranza; essere pronti a difenderci dall’insorgere dei difetti mentali; Serkong Rinpoce

Consiste•  nel liberare la coscienza da ogni illusione e da ogni impressione negativa al momento della morte.

4. Il potere della preghiera

Gheshe Campa Ghiatso

Preghiamo•  intensamente di non essere mai separati dalla mente altruistica che vuole ottenere l’illuminazione e di non essere sopraffatti dall’ignoranza della concezione del sé e dei difetti mentali; Serkong Rinpoce

Al•  momento della morte non bisogna pregare di rinascere in una terra pura o altro luogo fortunato, ma il miglior pensiero sarà quello che i nostri meriti maturino per gli altri e le loro sofferenze vengano su di noi;

Pregare•  di poter fare sempre il bene degli altri e affidarsi ai tre Gioielli affinché ci aiutino a realizzare il nostro scopo.

5. Il potere della familiarità

Ghesce Campa Ghiatso

Al•  momento della morte assumiamo la posizione del leone, sdraiati sul fianco destro, la guancia destra appoggia sulla mano destra e il polpastrello dell’anulare della mano destra chiude la narice destra,

mentre la mano sinistra è posata sulla gamba sinistra. Respiriamo solo con la narice sinistra. In questa posizione compiamo la nostra pratica di meditazione per trasferire la coscienza o powa. Serkong Rinpoce

La•  mente deve essere concentrata su bodhicitta con cui ci siamo

familiarizzati;

A•  livello intermedio si pensa ai tre addestramenti in particolare alla moralità che impedisce di rompere i voti

A•  livello inferiore si prende continuamente Rifugio.

La morte negata, la morte rubata

L’incapacità di portare ai moribondi l’aiuto e l’attenzione di cui hanno particolarmente bisogno nel momento del decesso è dovuto alla nostra paura e ciò avviene proprio perché nella morte d’altri scopriamo un’avvisaglia della nostra. La vista di un moribondo intacca la difesa attivata dall’immaginazione d’immortalità che edifichiamo come un muro. La nostra capacità personale di affrontare una malattia senza speranza è l’aspetto più importante. Se questo è un grosso problema nella nostra vita e la morte è vista come un argomento spaventoso, orribile, tabù, non potremo mai affrontarlo con calma e con utilità con un malato. La nostra idea fondamentale inconscia è che la morte non è mai possibile per noi stessi. La fine è sempre attribuita ad un intervento maligno esterno, per opera di qualcun altro. Perciò la morte in se stessa è collegata con un atto cattivo, un avvenimento spaventoso, qualcosa che in sé reclama vendetta e punizione.

La nostra capacità personale di affrontare una malattia senza speranza è l’aspetto più importante. Se questo è un grosso problema nella nostra vita e la morte è vista come un argomento spaventoso, orribile, tabù, non potremo mai affrontarlo con calma e con utilità con un malato. I medici che hanno necessità di negare la loro morte, troveranno un rifiuto anche da parte dei loro malati. Il bisogno di rifiuto da parte del paziente è direttamente proporzionale al bisogno di rifiuto del medico.

Solitudine e sconforto dei curanti16: …. L’angoscia che percepisce (chi è vicino al morente) nei loro sguardi è inevitabile negli esseri umani di fronte alla fine così vicina, all’ignoto della morte. Ed è tentata di sopprimerla non tanto perché non sa come alleviarla, quanto perché risveglia in modo insopportabile le sue angosce personali! Così si entra nel circolo vizioso. Il morente percepisce subito l’ansia dell’infermiera, e non riesce a condividere i suoi tormenti. Si ripiega su se stesso, rifiuta ogni contatto, a volte diventa aggressivo, brutale e sprofonda nell’abisso della solitudine. A questo punto è difficilissimo per l’infermiera raggiungere una persona tanto chiusa in se stessa. Così tempesta il povero malato di domande: “Sente male? Ha paura?” Ma le domande ottengono il solo risultato di terrorizzarlo ancora di più. Il malato si chiude ulteriormente oppure manda l’infermiera a farsi friggere. L’ultima spiaggia? Aumentare la dose di calmanti. Il risultato non si fa attendere: il malato sprofonda nell’incoscienza. Dorme e non dà più fastidio a nessuno. Avere il coraggio di infrangere la solitudine del morente, di bussare alla sua porta, non è facile. Bisogna saper dimostrare di non aver paura di entrare in contatto con quel tipo di angoscia. Ed è proprio la capacità di andare verso il morente che manca alla maggior parte del personale ospedaliero.

Il confronto con le domande senza risposta, il rapporto con i sensi di colpa e di impotenza perché non si sa più che dire o che fare, sono insopportabili. Senza sostegno, senza formazione, senza maturità personale, come si può sedere al capezzale di un agonizzante, assorbire l’eccesso di angoscia, permettergli di parlare, trasformando con l’ascolto una paura incontrollata in qualcosa di sensato? In genere i morenti non chiedono altro: esprimere il loro tormento, sentire che qualcuno li ascolta.

Quando diventa impossibile rimanere presenti malgrado l’impotenza, tenere una mano irrequieta, reggere uno sguardo implorante, asciugare lacrime su una guancia – “Sono qui, parli pure…mi racconti….”, si cede alla tentazione di far sprofondare nell’incoscienza il morente, perché finalmente taccia, per chiudere per sempre quegli occhi troppo penosi.

Definizione O.M.S di Cure Palliative

Le cure palliative hanno come obiettivo il miglioramento della qualità di vita dei malati terminali e delle loro famiglie attraverso la prevenzione e il sollievo dalla sofferenza, grazie all’identificazione e al trattamento del dolore e di altri problemi fisici,

psicologici e spirituali.

”Cura attiva, totale, di malati la cui malattia di base non risponde più a trattamenti specifici. Fondamentale è il controllo del dolore e degli altri sintomi, e in generale dei problemi psicologici, sociali e spirituali. L’obiettivo delle cure palliative è il raggiungimento della migliore qualità di vita possibile per i malati e le loro famiglie. Molti aspetti dell’approccio palliativo sono applicabili anche più precocemente nel corso della malattia.” Recente definizione OMS delle Cure palliative

- Le cure palliative sono la risposta appropriata ai bisogni dei malati in fase avanzata e terminale di malattia e dei loro cari. Secondo la più recente definizione dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità, le cure palliative sono “… un approccio che migliora la qualità della vita dei malati e delle loro famiglie che si trovano ad affrontare le problematiche associate a malattie inguaribili, attraverso la prevenzione e il sollievo della sofferenza per mezzo di una identificazione precoce e di un ottimale trattamento del dolore e delle altre problematiche di natura fisica, psicosociale e spirituale. Le cure palliative forniscono il sollievo dal dolore e da altri gravi sintomi, sono garanti della vita e considerano la morte un processo naturale che non intendono affrettare né ritardare. Le cure palliative integrano gli aspetti psicologici e spirituali della cura dei pazienti e offrono un sistema di supporto per aiutare i malati a vivere nel modo più attivo possibile fino alla morte. Offrono anche un sistema di sostegno per aiutare le famiglie ad affrontare la malattia del proprio caro e, in seguito, il lutto. Utilizzando un approccio multidisciplinare in equipe, le cure palliative rispondono ai bisogni dei malati e delle famiglie, offrendo, qualora necessario, un intervento di supporto nella fase di elaborazione del lutto. Migliorano la qualità della vita e possono influire positivamente sul decorso della malattia. Possono essere iniziate precocemente nel corso della malattia, in associazione ad altre terapie mirate al prolungamento della vita, quali la chemioterapia e la radioterapia e comprendono le indagini diagnostiche necessarie per meglio riconoscere e gestire le gravi criticità cliniche, fonte di angoscia. Le cure palliative dovrebbero essere proposte con gradualità, ma prima che le problematiche cliniche diventino ingestibili. Le cure palliative non devono essere prerogativa solo di team specializzati, attivi a livello domiciliare, negli hospice e in ospedale, essendo attivate solo quando tutti gli altri interventi terapeutici sono stati interrotti. I principi della medicina palliativa devono diventare parte integrante in tutto il percorso di cura e devono essere garantiti in ogni ambiente assistenziale”.

Dolore totale - Il dolore totale che si abbatte sulla persona in fase avanzata di malattia e dei suoi cari ha anche una componente spirituale citata nei manuali di cure palliative, ma nella prassi o la si ignora o la si traduce, riducendola, a credo religioso.

In genere, in Italia, la componente spirituale e i bisogni spirituali, per la gran parte non sono né conosciuti né riconosciuti o, nella migliore dell’ipotesi sono ritenuti di totale competenza del ministro di culto chiamato nel momento ultimo. Amore e gentilezza non sono un lusso, ma una sorgente di felicità e salute per gli

altri e per noi stessi.

I BISOGNI SPIRITUALI DEI BUDDISTI NEL MOMENTO DEL MORIRE

Il buddhsimo

Il buddhsimo è la tradizione spirituale che nasce dagli insegnamenti di Buddha Shakyamuni in India circa 2500 anni fa. Molte sono le scuole Buddhiste che si sono sviluppate dal Suo insegnamento e i bisogni spirituali possono variare in accordo alle differenti tradizioni.

Le principali scuole buddhiste sono:

La scuola Teravada della Birmania, Laos, Shri Lanka e Tailandia;

la scuola Mahayana della Cina, Giappone, Vietnam e Tibet. Rami della tradizione Mahayana sono il buddhismo Zen e la tradizione della Terra Pura.

I Buddhisti delle differenti tradizioni praticano ciascuno al loro proprio livello - qualcuno pratica divenendo monaco o monaca, qualcuno è uno studente e qualcuno enfatizza la meditazione. Qualcuno ha una piccola comprensione filosofica del buddhismo ma ha una fede molto forte in Buddha. Qualcuno vede il Buddhismo come una religione. Qualcuno pratica il Buddhismo perché non è una religione. I buddhisti non hanno con certezza gli stessi bisogni al momento della morte. Cosa significa Buddha? Il buddhismo non crede in un Dio creatore. Seguendo il sentiero del Buddha tutti gli esseri possono raggiungere l’illuminazione. Molti sono gli esseri che hanno già raggiunto l’illuminazione così possiamo dire che molti sono i Buddha. Quando un buddhista parla del Buddha si riferisce generalmente al Buddha storico dal quale originano gli attuali insegnamenti. Le differenti tradizioni buddhiste parlano anche di differenti Buddha. Per esempio, molti Buddhsiti Asiatici pregano Buddha Amitabha per poter rinascere nel suo puro reame o paradiso. Alcuni pregano Shakyamuni il Buddha presente, altri Maitreya il Buddha del futuro. Qualcuno prega Cenresig il Buddha della compassione. Sono molte le manifestazioni delle diverse qualità e attività dell’energia illuminata. I buddhisti credono che la vita sia la cosa più preziosa che posseggono e la cosa più difficile da perdere. Tutti i buddhisti abbandonano il prendere la vita propria o degli altri. Alcuni potrebbero non essere d’accordo sul donare i propri organi. Altri potrebbero essere d’accordo perché questo è una pratica della generosità. Generalmente un Buddhista non desidera praticare l’eutanasia. I buddhisti credono che la persona ha un corpo e una mente. La mente è un continuum senza inizio o fine. La morte è la separazione della mente dal corpo. Il corpo non ha significato una volta avvenuta la morte. La mente prosegue e prende rinascita in un nuovo corpo. Lo stato della mente negli ultimi istanti di vita può influenzare la futura rinascita.

Che cosa è importante per un Buddhista al tempo della morte

1) Prima di morire: Tenere la mente in uno stato positivo - ricordare avvenimenti positivi, in che modo siamo stati d’aiuto per gli altri nella nostra vita. Se il morente sente dolore aiutarlo a vedere la sofferenza come qualche cosa di utile (dargli un senso) - ci permette di provare compassione per gli altri, è dovuta al karma che si sta esaurendo, permette di dare ad altri una opportunità. Aiutare il morente a pregare, a meditare, a leggere insegnamenti buddhisti. Mettere a fuoco la prossima rinascita. Avere un ambiente pacifico e armonioso. Qualcuno potrebbe non volere i parenti. Qualcuno potrebbe voler vedere membri del Sangha (monaci o monache) o un maestro. Il morente ricorderà il suo passato. Permettergli di esprimere rincrescimento per gli errori passati. Evitare di far sorgere nel morente rabbia o attaccamento. Molti vorranno tenere la mente più vigile possibile.

2) Dopo morto: Lasciare il corpo indisturbato per più tempo possibile. Quando è il momento di muovere il corpo toccare la parte alta del capo per prima. Il corpo potrà essere cremato sepolto secondo i desideri individuali. Compilato da Yeshe Khadro The Karuna Hospice Service PO BOX 2020, Windsor Qld 4030 Australia

KUBLERR-ROSS (LA MORTE E IL MORIRE, Cittadella d’Assisi)

1a fase: IL RIFIUTO E L’ISOLAMENTO (non accettazione della diagnosi e della realtà, negazione);

2a fase: LA COLLERA (perché io?- perché adesso? Nei famigliari:perché proprio a me);

3a fase: VENIRE A PATTI (con Dio o con il medico);

4a fase: LA DEPRESSIONE (non è più possibile negare la malattia e la realtà della morte prossima);

5a fase: L’ACCETTAZIONE

Vediamo come la Kubler-Ross abbia osservato che nelle fasi del morire compare la fase della negazione (che si vince con la consapevolezza del morire) e la rabbia che si vince con la pratica della pazienza.

L’opposto della rabbia è l’amore, infatti non possiamo nello stesso istante amare e odiare qualcuno.

L’antidoto alla rabbia è la pazienza.

Ma capiamo prima che cosa è la rabbia.

LA RABBIA

Definizione di rabbia

L’odio (o rabbia) è un’impazienza e un intento nocivo che insorge quando appare alla mente un essere senziente nocivo, la propria sofferenza o le origini della sofferenza.

Lavorare con la rabbia significa capire che cosa é l’odio e la rabbia e perché compare. Nel morente la rabbia è dovuta anche al sentire di essere stati ingannati, si prova rimpianto per non avere vissuto totalmente, si ha la sensazione di avere sprecato un opportunità; che cosa è il rimpianto: senso di perdita, di non aver fatto tutto ciò che potevamo, sentire che potevamo fare di più, che si aveva un enorme opportunità che ora è persa. La differenza tra odio e rabbia è l’intensità.

Lavorare sulla rabbia, Thubten Chodron, Ubaldini

Quando la nostra mente è gioiosa e libera da rabbia o risentimento, cooperiamo con gli altri con il vantaggio di tutti, mentre quando siamo infelici e arrabbiati, sabotiamo il lavoro degli altri e insieme anche il nostro. La cultura occidentale e il buddhismo attribuiscono significati differenti alle espressioni ‘emozione positiva’ ed ‘emozione negativa’. Per gli occidentali, le emozioni negative creano malessere e quelle positive benessere. La tristezza, ad esempio, è un emozione negativa perché ci fa sentire avviliti, mentre l’attaccamento a una casa bellissima è un emozione positiva perché ci fa sentire felici. Secondo la prospettiva buddhista, invece, la distinzione tra emozioni positive e negative dipende dal fatto che conducano all’esistenza ciclica o alla liberazione. L’esistenza ciclica è il costante ricorrere dei problemi che affrontiamo da una vita a quella successiva come risultato della nostra ignoranza di base. Le emozioni sono quindi positive se ci fanno abbandonare il ciclo di sofferenza di nascita e morte.

Capire i vantaggi e gli svantaggi della rabbia.

La rabbia è benefica? (vi sono vantaggi nell’arrabbiarsi?

Essere aggressivi verso noi stessi o verso gli altri a cosa porta?: quando siamo in collera possiamo percepire un senso di potere, ma si tratta di un falso potere giacché la rabbia, alimentata dall’odio e dalla riprovazione, ha bisogno di un nemico per esistere.

Vedere coma la pazienza sia alternativa alla rabbia .

Quando sorge in noi la rabbia dobbiamo riconoscerla e capirne le cause. Dobbiamo riconoscere di essere arrabbiati L’abitudine della rabbia ci porta a comportarci in modo costantemente aggressivo o a scattare per cose di nessun conto, proprio per abitudine mentale. L’intenzione inappropriata è l’ingigantire, sotto l’influsso della rabbia, quanto ci sta capitando.

Il rapporto fra attaccamento e rabbia: l’attaccamento genera anche amarezza e paura, che spesso a loro volta, sono alla base della rabbia.

Conversazione fra l’Amore e la Collera

Collera, tu fai perdere la felicità e la gioia a tutti gli esseri migratori, ti insinui

nella mente di tutti gli esseri viventi

separando gli amici e allontanando ulteriormente chi è già in disarmonia.

Se non ti contieni,

io, Amore, ti getterò nella bocca della Pazienza!”.

Io, Collera, sono una potente guerriera!

Le virtù accumulate in molti eoni

Le anniento in un solo istante, e metto in subbuglio corpo e mente.

Nella mente di tutti coloro che han vita, tu sei impotente,

cosiddetto Amore, io sono certa di sconfiggerti”.

Tu, chiamata Collera, impudente e dissennata,

nella mente di chiunque in cui dimori, divampando come il fuoco

bruci le radici delle virtù e crei infelicità.

Chi ti pacifica è il rorido amore.

Io, Amore, sono colui che concede la felicità e la gioia”.

Io, Collera, sono un’ardimentosa eroina;

soggiogando nella mente di tutti coloro che han vita,

permetto loro di sconfiggere i nemici e difendere parenti e amici.

Tu, Amore, sei vile come un ladro”.

Io e te dovremmo confrontarci in una gara di forza!

Tutti i saggi adottano me, l’Amore;

può darsi che ci sia qualche scervellato che ti sostenga.

Quando noi due rivaleggiamo, è certo che proprio tu soccomba”.

Dunque, comprendendo la fallacia della Collera, abbandonatela,

riconoscendo l’autenticità dell’Amore, adottatelo!

Il fattore mentale dell’odio ha la funzione di arrecar danno,

benefica è la funzione di aspirare a portare la felicità dell’Amore,

quindi, impegnatevi costantemente nel coltivarlo.

Amici, riconoscete la Collera come un veleno!

Abbiate pazienza, ho espresso ciò che mi veniva in mente.

Composto da un vagabondo chiamato Amore (Ciampa).

Composta dal Venerabile Ghesce Ciampa Ghiatso

 

Aprirsi alla vita nell’esperienza della malattia e del morire. Dispensa sul morire di Francesco La Rocca e Patrizia Micoli

Le persone ordinarie non temono la morte, ma quando questa inevitabilmente arriva ne sono terrorizzati e sconvolti; invece il saggio la teme avendone consapevolezza per tutta la vita e quando arriva si sente in pace e l’accoglie con gioia. Milarepa Santo tibetano del XI secolo.

La nostra attuale società nega la vecchiaia e la morte, la nasconde dietro una porta, un paravento, in una stanza d’ospedale. La morte viene vista soprattutto come un evento clinico. Ma essa è in realtà qualcosa di più: è un momento di enorme valore psicologico, emotivo e spirituale. Il nostro rapporto con la morte dipende dal nostro rapporto con il dolore, con noi stessi, con quanti ci amano e con quanti amiamo, con la nostra concezione della divinità o i nostri valori fondamentali, come l’altruismo. Il bisogno di amore e di gesti compassionevoli aumenta nelle ultime fasi della vita quasi che il morente capisca ciò che diviene essenziale e ciò che è superfluo. Non se ne parla ne la si studia nelle scuole, tanto da dover parlare di pornografia del morire. La morte però è una certezza, forse l’unica vera certezza dell’esistenzaumana. Ma è possibile prepararsi a morire? Ed è possibile aiutare chi sta morendo? È possibile affidare questo compito alle famiglie e alle persone care? O sono necessari sempre e solo gli “specialisti” del morire quando e se disponibili? I

l buddismo insegna che la meditazione più potente è quella sulla morte così come l’impronta dell’elefante è la più grande.

Tra i bisogni di chi muore sicuramente il sollievo del dolore fisico, coi suoi diversi sintomi, è fondamentale, ma la sofferenza sorge anche dalla crisi spirituale che il dolore e la malattia porta con sé e questo può essere lenito solo con l’accompagnamento spirituale. Per chi muore, l’assistenza spirituale ha la stessa importanza delle cure mediche, anche se è raro che le venga riservato un posto significativo. La conseguenza è che troppe persone non muoiono in pace, ma con angoscia e paura.

Possiamo fare sicuramente ancora molto per cambiare questa realtà.

“In Tibet era molto raro morire in ospedale, e la maggior parte delle persone moriva a casa propria. Chiunque avesse possibilità economiche si guardava bene dall’andare in ospedale. In Tibet, quando si percepiscono i segni di morte ‘lontana’ o ‘vicina’, ci si prepara a morire in casa, in una piccola stanza per non dare fastidio, dato che il corpo dovrà rimanere lì per due o tre giorni. … con un poco d’acqua e il minimo indispensabile, lasciandola in pace, senza disturbarla. Anche le persone ordinarie e non solo i grandi lama…, quando hanno percepito i relativi segni sono certe che è giunto il momento della loro morte, e quindi affidano a una persona il compito di aiutarli nel momento del trapasso. Solo questa persona potrà avvicinarsi al letto per parlare con il morente, ricordando gli insegnamenti e la varie puje e preghiere….. Io stesso ho esplicitamente confermato per iscritto che non voglio assolutamente essere portato all’ospedale quando sarà arrivato il momento della mia morte”.

Da dove partiamo?

Sono un essere umano e ho sentimenti, come chiunque altro. Il modo in cui mi considero e mi tratto influenza i miei sentimenti, così come il Modo in cui gli altri mi considerano e mi trattano influenza il mio stato d’animo. Perciò come spero che gli altri si curino di me e dei miei sentimenti nei nostri rapporti, mi curo dei miei sentimenti, mi curo dei miei sentimenti verso me stesso, mi curo di come tratto me stesso.

Tu sei un essere umano e provi sentimenti, proprio come me.

Il tuo stato d’animo influenzerà la nostra interazione, così come il mio la influenzerà.

Il mio modo di comportarmi con te e quel che ti dico influenzeranno ulteriormente i tuoi sentimenti.

Quindi, così come io spero che ti curerai di me e dei miei sentimenti nella nostra interazione, così io mi curerò di te, mi curerò dei tuoi sentimenti.

ESERCIZIO Numero 1:

Immaginare una sensibilità equilibrata:

ripetiamo la frase per tre volte lentamente cercando di far sorgere quel determinato sentimento o assenza di pregiudizio

nessuna fantasia mentale

interesse amorevole

nessun giudizio

nessuna presunzione

nessuna barriera reale

nessuna paura

gioia

concentrazione

calore

comprensione

espressione del viso

autocontrollo

parole gentili

gesti premurosi

sarebbe davvero meraviglioso se potessi diventare così

vorrei poter diventare così

cercherò decisamente di diventare così

Nel perdono

Ripetiamo come prima ma con pensieri gentili di perdono

nessuna fantasia mentale

interesse amorevole

nessun giudizio

nessuna presunzione

nessuna barriera reale

nessuna paura

gioia

concentrazione

calore

comprensione

espressione del viso

autocontrollo

pensieri gentili di perdono

sarebbe davvero meraviglioso se potessi diventare così

vorrei poter diventare così

cercherò decisamente di diventare così

ADDESTRARSI NEL MORIRE

Possiamo addestrarci a pratiche che ci conducono ad una “buona morte” e acquisire sensibilità e tecniche che possiamo mettere al servizio di chi sta morendo.

Fondamentale in questo è il processo della familiarizzazione.

Le finalità proposte dalla Kubler-Ross sono:

Educare il personale sanitario e i religiosi a FAMILIARIZZARE con i bisogni, i timori e le ansie degli individui che stanno morendo e delle loro famiglie.

Meditare, secondo gli insegnamenti buddhisti, significa proprio ‘familiarizzare’ con l’oggetto di meditazione. Tramite la meditazione ci si familiarizza con un determinato fenomeno che può far parte della nostra sfera psichica o con un oggetto fisico esterno. Ad esempio meditare sull’amore significa familiarizzarsi con tale sentimento

cominciando dall’analisi di cosa si intende per amore: “il desiderio che l’oggetto del nostro amore abbia la felicità e le cause per tale raggiungimento”. Quindi si analizzano le menti che potrebbero essere confuse con tale sentimento quale ad esempio l’attaccamento che viene invece definito come “il non volersi separare da ciò (sia persona fisica che oggetto) che ci crea sensazioni piacevoli”. Al fattore mentale ‘attaccamento’ viene dato, a differenza dell’amore, un connotato negativo in quanto è creatore di disagio psichico.

La finalità di familiarizzarsi con un determinato oggetto è di farlo proprio nel senso più completo del termine. Familiarizzando vinciamo anche la paura. Ad esempio un chirurgo, se è completamente famigliare con una determinata tecnica in quanto l’ha potuta apprendere da un maestro qualificato, l’ha analizzata tramite le sue conoscenze e ha potuto confrontarla con altri professionisti, avrà facilità nell’eseguire quella tecnica e il suo comportamento sarà coerente con quanto appreso e questo comportamento sarà sempre più spontaneo e naturale. Al pari dell’amore uno dei fenomeni su cui, il praticante buddista, deve familiarizzarsi è il morire e la morte unitamente alla temporaneità o il non permanere di tutte le cose.

Fondamentale è quindi introdurre tecniche quali la meditazione o la visualizzazione che sono capaci di renderci famigliari con le nostre emozioni e paure, con i nostri sentimenti più profondi e nascosti che ci portano a comportamenti inconsapevoli. Inoltre la meditazione è capace di aumentare la nostra capacità empatia e sviluppare menti quali la compassione, intesa come desiderio che l’altro non soffra, e l’amore, intesa come desiderio che l’altro sia felice.

L’intero processo del familiarizzarsi con la morte è rivolto a:

1. ‘convincere’ dell’esistenza della morte e a diminuirne la negazione,

2. rendere consapevoli che non possiamo sapere quando questa verrà (ora è il momento di vivere e di non rimandare a domani la pratica spirituale),

3. comprendere che l’unica cosa che realmente ci sarà utile al momento della morte è la nostra preparazione spirituale cioè il livello di training mentale raggiunto.

Questo processo porta a vincere, almeno in parte, la negazione sul morire (vedi anche i cinque punti della Kubler Ross).